Gli anni ottanta oltre ad essere ricordati per le grandi kermesse di beneficenza e per i riti del rock da stadio, sono ricordati per il sottobosco del rock statunitense che affonda le proprie radici nell’era del movimento punk che, nel corso del tempo si estremizzò in hardcore. Era un rock orgogliosamente minoritario, forte e indipendente. Gli artisti, le band fuori dagli schemi che avevano fecondato la scena americana di nuove idee, ponendo inconsciamente le basi per la sua rinascita furono parecchi, fra questi ci furono i Meat Puppets.

Questa è una doverosa premessa nei confronti di un gruppo che in quella decade ha sfornato una manciata di dischi uno più bello dell’altro, nei successivi anni ’90 si è mantenuta su un buon livello per poi sciogliersi nel duemila. Riformatosi nel 2007, il gruppo si è arrancato per rimanere a galla senza prendersi grandi lodi ne dalla critica ne dai fan.

A due anni dal buon Lollipop, Rat Farm, quattordicesimo album in studio, si mantiene allo stesso livello. E’ chiaro, dopo aver smesso quel loro vestito “punk-hardcore”, dopo quel viaggio e quella apoteosi che gli ha visti protagonisti in prima linea è difficile individuare motivi ispiratori sempre ammesso che esistano. E’ proprio questo il punto per cui i “veri” critici affondano il disco: “l’ispirazione”. In sostanza, checche ne dicano, il disco è piacevole e nella generalità dei brani ci sono una manciata di buone canzoni, dove tecnica strumentale e una certa creatività a livello di composizione non mancano. Insomma i Meat Puppets offrono con questo album l’ennesima dimostrazione, giustamente ambiziosa, di non sopravvivere sui propri allori.

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