Lady From Shangai titolo di un famoso film di Orson Welles del 1947 è l’ultima fatica dei Pere Ubu. Numero quindici della loro discografia, esce a trentacinque anni di distanza da quello che rimane il loro capolavoro, fondamentale, primo disco pubblicato “The Moder Dance”, targato 1978.

Un’altra opera difficile e complessa uscita da quell’eclettico creativo sessantenne David Thomas, mente e voce del gruppo, unico membro originale della band che, in questi trent’anni ha “danzato” su un tappeto musicalmente tecnologico, “moderno” e rumoreggiante di un suono d’avanguardia.

Asciutto, astringente, essiccato, spoglio, sono gli aggettivi che più si sprecano nel cercar di dare una connotazione “scritta” a questo album che Thomas dichiara come “musica da ballo”. Sia chiaro, qui di suoni ballabili non c’è n’è nemmeno l’ombra. Sono undici brani di rock sperimentale dove “deformazione & disarmonia” vanno per la maggiore. Un intreccio di suoni elettronici che si inerpicano in un percorso sinuoso e dissonante che difficilmente l’”orecchio” non abituato e preparato riesce ad affrontare.
Un disco di intricata comunicabilità ma che a differenza di altri da loro incisi, è possibile individuare la sottile linea di demarcazione, e nel contempo di unione, esistente tra musica colta (o ritenuta tale) e quella maggiormente popolare ed in ciò dinamica, più facilmente godibile e allo stesso tempo attraente.
Il coraggio di mantenere intatto il carattere di una non falsa avanguardia e di non dare nulla per ovvio e scontato, è la peculiarità di quel geniaccio di David Thomas e i suoi Pere Ubu.

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