Mai su un disco dal vivo sono state scritte così tante parole d’elogio. Anch’io allora, per non essere da meno, spenderò qualche frase. D’altronde se in questi quasi trent’anni dalla sua uscita se ne parla ancora un motivo ci sarà.

Made in Japan, definito a ragione l’album-manifesto dell’hard rock è il ritratto in movimento di una band dalle qualità tecniche eccezionali, sospesa fra barocchismo classicheggiante (Jon Lord), le urla lancinanti di Ian Gillan (in assoluto, il vocalist più potente di tutti i tempi, non solo nell’ambito specifico) e le supersoniche scale cromatiche di Ritchie Blackmore. Questa formazione vive il suo massimo splendore proprio in questi anni, dal vivo le loro esibizioni sono travolgenti e questo Made in Japan ne è la prova.

I sette brani che compongono il disco sono stati registrati il 15, 16 e 17 agosto 1972 ad Osaka e Tokyo, in Giappone. Sono canzoni che predilogono il blues e le sue trasfigurazioni, lunghe jam in cui, a turno, ciascuno strumento dice la sua. Le note dell’hammond di Jon Lord apre il disco con Highway Star ed è già gran suono. Il pubblico comincia subito a scaldarsi. Child In Time placa un po’ gli animi, ma è ancora musica struggente. Gillan ha dell’incredibile, la sua voce passa dal dolce all’energico con una disinvoltura unica. Il gruppo lo segue con maestria per dodici minuti di estremo piacere sonoro. E’ il turno della famosissima Smoke On The Water, Blackmore la esegue magistralmente. Avrà per sempre il “rimorso” di aver fatto “cominciare” a suonare la chitarra a milioni di ragazzini a discapito di altri strumenti. Arriviamo al quarto brano che chiude la seconda facciata del primo disco, The Mule. Qui ha la meglio il batterista Paice, che con la sua tecnica riuscirà in un assolo tra i più noti di tutti i tempi. Strange Kind Of Woman è il classico esempio dell’unione voce Gillan e chitarra Blackmore, un intreccio incredibilmente unico, meglio non si può’. Altra bravura tecnica con Lazy, dove anche il più settico dei virtuosismi non può che rimanere affascinato da cotanta bravura. Non si poteva chiudere meglio questo doppio capolavoro live con Space Truckin’. Venti minuti di pura interpretazione tecnica ma non solo. In questo brano, infatti, è riassunto l’intero album, dove traspare al di là della bravura strumentale anche la voglia di comunicare sensazioni, phatos e profondità sonora.

La bellezza di quest’opera sta nel differenziarsi dalle versioni in studio, i brani infatti, hanno poco in comune e respirano di un’aria estremamente creativa. Questo è il “marchio ”Deep Purple” che riservano soprattutto nelle loro scorribande sui palcoscenici di metà mondo.
Il manierismo musicale incombe, l’heavy metal è dietro l’angolo.
Ma questa è un’altra storia…

via | http://artesuono.blogspot.it

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