Alla metà degli anni settanta, la nuova canzone italiana, e non solo quella, stava cercando un’identità appropriata alle nuove forme di espressione della realtà. Francesco De Gregori con Rimmel disse la sua, in maniera splendida, in un disco che rimane ancora oggi avvincente. Fu il risultato di uno “stato di grazia”, di un momento di irripetibile ispirazione creativa e soprattutto un attestato di amore nei confronti delle possibilità offerte dallo “strumento canzone”. La cosa che più colpisce è la ricchezza delle idee, ogni canzone di quel disco è un capitolo a sé.
Pablo, uno slogan politico con una bella estensione vocale, Buonanotte fiorellino, classico ermetismo “De Gregoriano”, Rimmel, relazione amorosa in forma letteraria, Piano bar, svagata e pungente (la leggenda vuole dedicata a A. Venditti), Quattro cani, brano di lunare solitudine, Piccola mela, classico “italianfolk”, Pezzi di vetro, se fosse un film sarebbe “il mistero fuggente”.
Molte di queste canzoni sfuggono ad una facile classificazione, hanno il dono dell’ambiguità, delle volte talmente audaci da creare non pochi problemi al cantautore, (venne osteggiato dalla sinistra, che chiedeva una maggiore chiarezza nelle sue parole), ma a parte le polemiche, fu un disco molto amato dalla gente e presumibilmente dallo stesso De Gregori.
Le canzoni, che sono dei “capitoli” di un immaginario romanzo di vita, sommate alla voce, che è talmente personale, armonizzata e poco convenzionale, fa di questo disco uno dei più ricchi e creativi della canzone italiana.
De Gregori pur essendo un dylaniano convinto, era uno di quelli che avevano perfettamente compreso come la canzone italiana, per quanto d’autore, avesse bisogno, per evolversi, di uno stretto rapporto con la tradizione. Rimmel è inteso come “manifesto” di tale progetto: canzoni “dentro” la realtà ma senza rinunciare alle sue prerogative, alla possibilità di costruire qualcosa che ancora non esisteva.

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