Ry Cooder — Get Rhythm (1987)

8Finalmente un po’ libero dalle continue richieste di comporre colonne sonore per film, Cooder si prende una pausa, se così si può dire, per incidere un album finalmente di canzoni.
Questo disco è un po’ la sommatoria dei precedenti album suonati dal nostro Ry, siamo nell’87, e Cooder ha quarant’anni. Alla maniera dei vecchi cercatori d’oro, il chitarrista californiano è tornato a setacciare i filoni musicali che in passato gli hanno procurato non poche soddisfazioni, convinto di poterci trovar ancora qualche luccicante pepita.
Cooder anche in questo disco si fa accompagnare dai soliti fidati e inseparabili musicisti quali: Jim Keltner alla batteria, Van DykeParks alle tastiere, il poco fortunato e compreso fisarmonicista Flaco Jemenez, Miguel Cruz alle percussioni, Steve Douglas al sassofono, Jorge Calderon al basso elettrico e lo stravagante jazzista Buell Niedlinger al contrabbasso. Grazie al gruppo ma soprattutto alla sua sempre geniale creatività, Ry setaccia i generi a lui prediletti; rhythm and blues, rock and roll, tex-mex, delta, shuffle ecc… contaminati comunque dalla passione suprema che è il gospel.
ll suo modo di suonare è così unico e originale che può permettersi di affrontare qualsiasi tipo di musica. Rimanendo il già affermato e finissimo artigiano che conosciamo, Cooder rivisita alcune composizioni di Chuck Berry, Raymond Quevado, Johnny Cash, Walter Davis, Elvis Presley, oltre alla conosciuta è meravigliosa “Across the borderline” scritta in collaborazione di Jim Dickinson e John Hiatt.
Get Rhythm è un bel disco suonato ottimamente, trasuda suggestioni sonore in ogni suo “solco” (logico è il riferimento all’LP dell’epoca). Riesce a trasmetterci sensazioni uniche, che credo ormai appartengano a un suo marchio di fabbrica. Il Tag, per usare un termine dei giorni nostri è proprio la “Musica di Ry Cooder”.
Ry è in grado di suonare qualsiasi genere musicale, e nel contempo, riesce a tirar fuori sempre se stesso, il suo cuore, la sua anima. Get Rhythm è appunto la conferma di questo stato di cose.

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Van Morrison — Moondance (1970)

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Tutti i critici reagirono entusiasticamente ad Astral Weeks. La rivista Rolling Stones lo nominò album dell’anno. Tutte belle parole, intanto Van era costretto a chiedere i soldi in prestito per mangiare. Infatti le vendite erano di appena 15.000 copie ed i discografici, forti di contratti capestro, bloccavano i pagamenti dei suoi diritti. Ancora oggi Van aspetta le sue royalties di “Brown Eyed Girl”! Passarono due anni prima che arrivasse il disco successivo. Van era pieno di dubbi e diffidava del mondo dell’industria discografica. Scoprì che, se le sue canzoni fossero state trasmesse per radio, avrebbe ricevuto le royalties direttamente dalla BMI (l’equivalente della nostra SIAE). Abbandonò le sperimentazioni e decise di fare della semplice musica soul, dove le canzoni avrebbero mantenuto la canonica forma strofa-ritornello. La svolta sarà sbalorditiva, ma non si può dire che Van si svende. Non è il tipo di fare qualcosa che non senta suo o qualcosa di cui si possa in seguito vergognare. Decise di fare a meno di un produttore, perchè non si fidava più di nessuno. Aveva inoltre bisogno di una band stabile con cui poter sia incidere che esibirsi. Scelse Jeff Labes al piano, John Platania alla chitarra, Garry Malabar alle percussioni Jack Schrorer a guidare i fiati. Come è troppo facile notare, quest’ultimo doveva ancora imparare a suonare. Questi quattro musicisti suoneranno con lui, ad intermittenza, per i successivi 4–5 anni. Il suono di Moondance, rispetto al contemporaneo soul di Aretha Franlin e Otis Redding, è molto più morbido e rilassato. Van si ispirava al soul gentile del defunto Sam Cooke, comunque in maniera del tutto originale. Il suo potrebbe essere chiamato “soul celtico”, ma la definizione non aiuterebbe a capire. In confronto ad Astral Weeks tutto è più levigato, pulito, meno emozionale. Gli arrangiamenti dei fiati sono mosci e noiosi, a volte irritanti.

Le composizioni abbracciano più stili. Il pezzo che dà il titolo al disco è puro jazz, come composizione e come esecuzione. “And It Stoned Me” sembra uscita del disco precedente. “Crazy Love” è una tenera nenia sussurrata in falsetto. “Brand New Day” è un gospel appassionante, con piano e coriste in primo piano e sassofonisti in castigo (per fortuna!). “Caravan” e “These Dreams of You”, registrate dal vivo tre anni dopo, saranno perfette, ma qui sono troppo fredde. “Into the Mystic” è una sognante ballata rovinata, come al solito, da un breve intermezzo dei sassofoni. Nulla di personale, credetemi. La colpa io non la dò a Jack Schrorer, io la dò al suo insegnante! Gli ultimi due pezzi son puri riempitivi di nessun valore. I testi sono brevi ed ottimistici: Van era da poco felicemente sposato. Moondance è l’album più sopravvalutato della carriera di Van Morrison. In realtà egli stava ancora imparando a produrre un disco. Comunque sia, dopo questo disco i suoi problemi di sussistenza furono risolti.

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David Byrne — Rei Momo (1989)

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Effervescente, vivace, gioiosa è l’aria che ci fa respirare il sound, le note di questo Rei Momo.
Ancora una volta il musicista scozzese tira fuori dal suo cappello a cilindro la sua grande creatività.
David Byrne dopo essersi allontanato dal progetto Talking Heads, si getta nei suoni dell’America latina, e più precisamente del Brasile. Questo suo primo disco solista dell’89, è un disco carico di musicalità, pieno di idee, di ironia e di feeling.
La prima cosa che più risalta alle orecchie è il divertimento che riesce a trasmettere, la gioia nell’aver composto questa serie di canzoni e di avercele donate. Divertimento dovuto anche alla carica vitale dei musicisti brasiliani presenti, che lo hanno aiutato e sostenuto in questa prova.
Byrne da ottimo artista, musicista, riesce a prendere gli elementi che compongono il carattere della musica brasiliana e dei paesi dell’America Latina e a modo suo trasforma e reinventa un sound rendendolo unico e originale, creando un suono molto ricco, corposo e molto piacevole.
Nelle canzoni di questo “Re Carnevale”, David oltre agli strumenti comunemente noti, miscela percussioni, fiati, fisarmoniche e violini. I quindici brani che compongono l’album formano un arcobaleno sonoro diverso dal solito percorso musicale a cui il nostro ci aveva abituato. Anche se certi riferimenti ai vecchi “Talking Heads” sembrano inevitabili e difficili da cancellare con un gesto di spugna.
Basti ascoltare “Indipendence day”, ricca di sfumature, allegre percussioni, per renderci conto che i T.H. sono dietro alla porta. “Make believe mambo”, con i suoi ritmi sudamericani, è un brano allegro, con una sezione fiati e un coro mariachi, da renderlo tra i più ascoltati e piacevoli. Una ballata carica di voci per un suono tipicamente brasiliero è “Call of the wild”, che apre la porta a “Dirty Town” ottimo brano ritmato dalle percussioni e guidato dalla voce di Byrne, la sezione fiati con in rilievo i tromboni ne fa di questo brano tra i più riusciti. Con “Rose Tattoo” siamo in pieno ambiente chinano, la sua bella sezione ritmica ci fa da apripista mentre stiamo per entrare al Mocambo. E “Loco de amor” ci dà l’anticipo per poi passare a “The dream police”, brano tipicamente ballabile come si diceva una volta, si vedono i ballerini in pista che si muovono al ritmo che ormai si è scatenato. Breve pausa con “Don’t Want To Be Part Of Your World” soave e leggera, apprezzabile la vena ironica, ottimamente arrangiata, ci mette in attesa di ascoltare “MarchingThrough The Wilderness” brano in vecchio stile mocambo con percussioni voci e ritornello. Lasciamo il mocambo per ritornare ai suoni di strada con “Good and Evil” simpatica e divertente, insieme a “ Lie to me” e “Office cowboy” ci riportano ai ritmi tropicali e sudamericani carichi di brio e di calore. “Women vs men” ci porta verso casa alla fine di questo viaggio sonoro, non prima di averci regalato un “Carnival eyes” dove il titolo dice tutto, la sezione violini la rende unica e le percussioni fanno tutto il resto. Conclude l’album “I know sometimes a man is wrong” un piccolo capolavoro di melodia con un testo ironico e amaro. E la festa è finita.
Inutile dire che questo è un disco per palati sofisticati. La ricchezza sonora degli arrangiamenti, la creatività e l’intelligenza musicale di David Byrne ne esce fuori a testa alta. Se gli aggettivi che più compaiono in questo scritto probabilmente sono; allegro e gioioso, non è un caso.
Allora, perché non ascoltarlo nei momenti tristi? Ve lo consiglio.

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Daniel Lanois — Acadie (1989)

8Volevo un disco di canzoni popolari ma anche di musiche insolite, misteriose, di istantanee e brani minori, e qualche strumentale psichedelico che portasse in viaggio chi ascolta. Trovo che sia bello quando si riesce a elevare lo spirito del prossimo, e tanto ho voluto fare, fornendo uno sfogo per l’immaginazione”.

Esiste dentro il suo DNA, il produrre musica. Daniel Lanois, giovane e affermato produttore di gruppi variegati provenienti dalla sua terra fredda chiamata Canada. Viene scoperto dal tam tam sonoro che circola nell’emisfero musicale, da Brian Eno, che a sua volta lo apre e lo esporta in terre più calde e internazionali.

Ci mette poco a farsi conoscere, a breve produce: “The Unforgettable Fire” e “Joshua Tree” degli U2, “Birdy” e “So” di Peter Gabriel, “Robbie Robertson” dell’omonimo leader della Band, “Yellow Moon” dei Neville Brothers, tantissimi dischi di Brian Eno, “Oh! Mercy” capolavoro di Bob Dylan, e tanti altri ancora.

Daniel Lanois diventa così uno dei più ricercati produttori del rock contemporaneo. Ma non gli basta, a un certo punto sente l’esigenza di incidere un suo disco solista. Ha trentasette anni, quando pubblica questo primo album Acadie nell’89.

Il disco è un lavoro atipico. La sua grandezza sta nell’amalgamare in perfetto stile “Lanois” la sua origine Canadese con il luogo d’incisione e cioè New Orleans. Sta nell’omogenizzare la spontaneità della composizione del musicista con la perfezione nei dettagli tipica del produttore.
E’ questa la chiave del suo capolavoro solista. Il country, il rock, la psichedelica, il blues, l’ambient e la musica popolare sono tra le molteplici fonti di ispirazione. Ne esce fuori un’opera originale, costruita sui ricordi, sulle memorie e suggestioni personali.

Lanois nei dodici brani che compongono il disco, suona strumenti che vanno dalle chitarre alle tastiere, dalla fisarmonica alle percussioni molto leggere.

Ne esce fuori un disco fresco ed invitante, moderno e tradizionale nel contempo. La fisarmonica va a braccetto con le tastiere di Eno, la slide guitar crea suoni rarefatti tipici di Gabriel e Robertson.

I brani vanno dalla ballata tradizionale e spumeggiante “Jolie Louise” alla musica ambient dell’ottima “Fisherman’s daughter”. Dalla splendida “The maker” (dove c’è la voce di Aaron Neville) al cajun di “Under a stormy sky”. Da “Still Water” brano d’apertura, semplicemente lirico e piacevole, alla cavalcata di “Where The Hawkind Kills”. Del suo cantare in Francese e delle sue capacità vocali ne da esempio nella stupenda e triste “Silium’s Hill”, un brano di rara bellezza, senza dimenticare la versione di “Amazing grace” che di Acadie ne è la perla.

I quattro brani restanti: “O Marie”, “White Mustang”, “Ice”, “St. Ann’s Gold” sembrano costruiti per delle colonne sonore di film ambientati in grandi spazi, senza confini e illimitati. Si sente la presenza di Eno, si sentono i suoi sintetizzatori, si sente il suo iniettare suoni a lui particolarmente cari.

Le sensazioni che Daniel Lanois crea in Acadie, sono l’unione di ritmi veloci legati a testi malinconici. Questa combinazione è resa magistralmente dall’ottima miscelazione di dolcezza e amarezza.

Ancora una volta si ritorna nell’unione di “due elementi” contrastanti, ma che sommati tra di loro, rendono qualsiasi cosa un “tutt’uno”, unico, originale e profondo.

Acadie è un disco da ascoltare quando abbiamo voglia di viaggiare, con la nostra mente, verso spazi senza fine, verso mete sconosciute, alla ricerca di un qualcosa che non ci è chiaro, che non sappiamo esprimere con le parole, con la mente.

E allora usiamo il cuore, e diventa tutto più semplice. Questo disco ce ne dà la possibilità.
Un’altro tassello nella costruzione di questo puzzle del pianeta musica, nell’universo sonoro.

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Van Morrison & The Chieftains — Irish Heartbeat (1988)

1Se la matematica non è un’opinione e quindi uno più uno è uguale a due, così non è in musica. Infatti la somma musicale di due “colonne” come Morrison e i Chieftains dà senz’altro due, ma al quadrato.

Quando si ha in mano un disco come questo si ha in mano una pietra miliare della musica. E non sono queste, parole buttate a caso, tanto per acclamare un disco che mi piace, che mi ha dato e continua a darmi emozioni sempre profonde, ma è la realtà che si percepisce dopo averlo ascoltato, intensamente ascoltato.

Van, oltre ad essere uno dei più grandi autori dell’era rock, è anche uno dei pochi autori che ha cercato di esplorare nuove aree musicali e testuali.

L’album in questione è comunque qualcosa di diverso rispetto alle precedenti incisioni di Morrison: l’uomo ha già avvicinato la musica celtica, ha già suonato con gruppi irlandesi (vedi Moving Hearts), ma è la prima volta in assoluto, che divide la leadership di un suo lavoro con qualcun altro.

Il disco contiene dieci canzoni superbe, due originali di The Man, cioè “Irish Heartbeat” (da Inarticolate speech of the heart) e Celtic Ray (da Beautiful Vision), mentre le restanti otto canzoni sono dei tradizionali: “Star of the country down” “To mo chleamhnas decanta” “Raglan road” “She moved through the fair” “I’ll tell me ma” “Carrickfergus” “My lagan love” “Marie’s wedding”.

La capacità di far rivivere ricordi e sensazioni attraverso la melodia popolare è la straordinaria potenza dell’opera. Le ballate riescono a dipingere i paesaggi, e quindi le atmosfere, i sentimenti ed i ricordi, tanto cari all’irlandese. E se in età giovanile aveva più volte confermato il suo rifiuto verso le tradizioni del suo paese, con il volgere dell’età e della maturità, il richiamo della propria terra si è fatto molto più forte.

La scelta dei Chieftains per dar suono a queste sue esigenze musicali non è avvenuta a caso. I Chieftains rappresentano la vera tradizione irlandese e anche loro come Morrison non sono mai scesi a compromessi artistici e si sono mantenuti fedeli per anni ad un loro preciso credo musicale.

Capitanati dal piccolo grande Paddy Moloney, virtuoso delle cornamuse, proprio quest’anno (1988) celebrano il loro 25° anniversario. Sono i più longevi portavoci di una musica che è espressione autentica dei suoni e dei colori della loro terra.

Accostarsi ad un’opera come questa suscita un gran senso di sollievo. Perché è la prova che in una società in cui i valori di riferimento vanno sempre più impoverendosi (vedi l’imporsi di ciò che è effimero, passeggero, superficiale, senza anima né spessore) c’è ancora spazio per le certezze.

Il disco è suonato come meglio non si può, Morrison non si limita a donare la propria voce a queste composizioni ma le arricchisce di emozioni e sentimenti, canta questi motivi tradizionali irlandesi con stupefacente intensità e pathos.

Ascoltate il disco, lasciatevi andare, lasciatevi cullare dalle onde sonore e apritevi ai sentimenti, The Man conosce la strada per arrivare al cuore.

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Willy De Ville — Miracle (1987)

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E’ un periodo di cambiamenti questo per De Ville che di nome fa Williams Borsos classe 1950, prima con il suo gruppo si faceva chiamare “Mink De Ville”, adesso si è messo da solo, e si fa chiamare Willy.
Il suo però non è un cambiamento solo di nome e quindi di facciata, ma anche musicale. Ha abbandonato il gruppo e quindi strumentalmente il sax e i fiati, aprendosi verso suoni e atmosfere latine, facendosi influenzare da Van Morrison, Lou Reed e Dire Straits.
I musicisti che accompagnano Willy in quest’avventura sonora sono di prim’ordine: Chet Atkins chitarrista e produttore di gente del calibro di Roy Orbison, i Chieftains, Ray Charles e niente meno di Elvis Presley, Jeff Porcaro batterista di grande classe, dai due Dire Straits, Guy Fletcher tastierista e Mark Knopfler chitarrista e in questo caso anche produttore.
Miracle è un gran bel disco, De Ville tuffandosi nelle sue sopraddette e predilette sonorità latine riesce ad esprimere il suo gran talento compositivo, dando il meglio di sé.
Nessuna delle dieci canzoni che compongono l’album, riesce ad abbassare la media di quest’ottimo disco. Il primo brano “Gun Control”, ci fa subito capire cosa intende per rock il nostro, regalandoci questa “sceneggiatura” cinematografica venata di soul. Subito dopo si passa a una delle perle assolute “Could You Would You” uno dei brani più belli ed intensi dei Them, gemma Morrisiana che il nostro gitano interpreta eccellentemente. “Heart and Soul” ci fa sentire il suono Messicano, è un brano dolce e intenso, interpretato magistralmente, con la sua splendida dolcezza diventerà un brano da antologia. I due brani successivi “Assassin of Love” e “Spanish Jack” sentono della presenza di Knopfler, quindi atmosfere Straits-iane: lente, introspettive e notturne. La canzone che dà titolo al disco “Miracle” è una ballata pianistica, sincopata e creativa ed anche quella più radiofonica. “Angel Eyes” è un altro splendido brano, Willy che è d’origine Portoricana, ci regala questo gioiello latino-caraibico emozionante da accapponare la pelle. Lenta e ancora una volta notturna è invece “Night Falls” brano che De Ville sa rendere denso e drammatico allo stesso tempo. “Southern Politician” è il brano in cui il produttore Mark fa sentire di più la sua presenza forse un po’ a scapito di DeVille, nonostante questo, la classe si fa sentire e non è acqua… Termina l’album “Storybook Love” ballata Devilliana per eccellenza (nomination al premio Oscar per “The Princess Bride” in Italia con il nome di “La Storia Fantastica”) sarà un brano che accompagnerà spesso Willy nei concerti dal vivo, grazie alla sua toccante ed equilibrata melodia.

Con questo brano finisce questo bellissimo album che riesce a regalare forti emozioni, cariche d’atmosfere, suoni e colori fortissimi, senza nessuna caduta di tono ma anzi pieno di idee e soprattutto di note.
Un altro disco che non sente il trascorrere del tempo, e come tutti i capolavori, con il passare degli anni, ad ogni suo ennesimo ascolto ci “rinnova” le cellule del nostro audio-encefalo.
Da inserire nella collezione dei nostri “Without time”.

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Van Morrison — Astral Weeks (1968)

1in dall’epoca dei Them Van passava ore ed ore, da solo o in compagnia, a cantare, comporre ed improvvisare con la chitarra. Improvvisava non solo le melodie, ma anche le parole sul momento. In questo modo cercava di tirar fuori dall’inconscio la materia prima delle sue composizioni. Le stesse avevano una struttura libera, senza la divisione fra strofa e ritornello. Da questa esperienza venne fuori il suo nuovo stile di cantare, che non spero di riuscire a descrivere. E’ necessario ascoltarlo. Le canzoni si dilatano, e a volte si fermano su una frase o una sola parola ripetuta una decina di volte. Nell’economia dello stream-of-consciousness questa ripetizione corrisponde alla mente che si perde dietro i suoi pensieri. Per molti ascoltatori la cosa assumerà un’altra dimensione: quelle sono parole magiche che, se ripetute, hanno il potere di guarire i dolori dell’anima. Le parole delle canzoni di Van assumono il loro pieno significato solo quando sono cantate da lui. Il come vengono pronunciate ne muta o rovescia il senso; il ripeterle tante volte ne scava a forza tutti i significati nascosti. Alla pratica della ripetizione si sovrappone poi un armamentario di tecniche vocali per aumentare la drammaticità dell’esecuzione.

Nelle prime registrazioni questo modo di cantare e di comporre non era venuto fuori perchè le vecchie case discografiche non glielo avevano permesso. Durante il 1968 Van, sempre disperatamente senza soldi, trova un ingaggio per 75 dollari a serata. Con quella cifra avrebbe dovuto pagare anche la band e le spese di taxi. Giocoforza egli si risolve a farsi accompagnare solo da un flautista ed un bassista. Questa soluzione si rivela l’ideale per mettere in evidenza l’espressività del suo canto e per mettere a punto il prossimo album. Le composizioni erano pronte da mesi se non da anni. Per motivi di budget la registrazione avvenne in due soli giorni. La tecnica preferita di registrazione di Van è quella di registrare contemporaneamente tutti gli strumenti, col minimo di sovraincisioni, come in una jam-session o in un disco dal vivo. D’altronde, se canti su di una base pre-registrata, come fai a ripetere un verso ad-libitum? Questa tradizione inizia da questo disco e non è andata mai smarrita. Gli arrangiamenti di Astral Weeks sono spesso semplicissimi, ma estremamente originali. Hanno affascinato una moltitudine di ascoltatori, ma Van non hai mai rifatto un album con lo stesso organico. Dobbiamo essere grati al produttore Lewis Merenstein, che impose i session-men di sua fiducia. Un critico ha malignato che Merenstein, per risparmiare, chiamava i jazzisti, cioè giente abituata a registrare col minimo di prove e quindi di spese. La caratteristica più saliente nel suono è l’intreccio fra le chitarre acustiche (Van spesso si limita a suonare gli accordi), e il contrabbasso di Richard Davis (il preferito di Stravinsky!). Uno strumento solista fà il controcanto: principalmente il flauto, altrove violino o chitarra, sassofono soprano nella conclusiva “Slim Slow Slider”. Un solo pezzo, “The Way Young Lovers Do”, presenta un riuscito arrangiamento per fiati. In tutto l’album l’accompagnamento è affidato ai violini, sovraincisi. Alla batterista c’è Connie Kay, membro del Modern Jazz Quartet nonchè session-man in una infinità di dischi. Dirà l’autore nel 1997, a proposito di Astral Weeks: “Ciò che mi sorprende è che sia entrato nella storia del rock. Non c’è assolutamente nulla in esso di rock. Ci puoi trovare il folk e la musica classica e un pizzico di blues. Se lo analizzi non ci trovi nulla di rock, e questo era proprio il motivo per cui lo feci. Ne avevo abbastanza. Volevo allontanarmi dalla roba dell’era psichdelica, quando la musica soul stava diventando plastica. Quello che feci fu ritirarmi da qualsiasi cosa che conoscevo e andai all’estremo”.

Le otto canzoni parlano di amore e di ricordi che ritornano in mente sotto forma di immagini scollegate. In questo Van ammette di essersi ispirato al lavoro di Dylan. I critici si sono sbizzarriti nel ricercare il significato di questi testi. In realtà ognuno è libero di trovarci quello che vuole. Si tratta di parole che uscivano da sole dall’ inconscio dell’autore e neanche lui sarebbe in grado di spiegarle. Di sicuro c’è una storia d’amore, a lungo inseguito, infine trovato e poi perso.

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Los Lobos — La pistola y el corazon (1988)

26Raggiunto l’apice del successo commerciale grazie al film e alla canzone “La Bamba” sommato ad un stile musicale personalissimo, il gruppo senza sfruttare l’onda commerciale che li ha resi famosi in tutto il mondo, si lancia coraggiosamente in un’impresa senza precedenti. Un disco totalmente acustico, con sette brani tradizionali e due originali composti da loro. Un album suonato per il puro piacere di esprimersi con la musica che rispecchia decisamente le loro origini, la loro provenienza etnica.

I Los Lobos erano dei musicisti “chicani” che si guadagnavano da vivere suonando musica tradizionale messicana nelle sagre paesane. E’ giusto ricordare che la cultura e la musica messicana è composta da vari “filoni”, tra questi i due più importanti sono: le canzoni chiamate “il corrido”, che riportano avvenimenti di cronaca, fatti leggendari, tragedie ed eventi salienti e i canti “mariachis” che generalmente accompagnavano le feste nuziali indossando i costumi messicani.

Tornando al loro disco, bisogna dire che si tratta di un lavoro serio ed intenso, suonato con il cuore, puramente folk, per avere un’idea basta sentire gli strumenti usati: fisarmonica, violino, chitarre acustiche e voci, più quelli tipicamente messicani; la “vihuela”, il “guitarron”, la “huapanguera” e il “bajo”. Il resto lo fanno le canzoni, canzoni che sono tutte di origini popolari, calde ed allegre, tristi e malinconiche, cariche di poesia e di storia, alcune sono estremamente effervescenti e travolgenti, ti entrano nella pelle senza lasciarti indifferente, ti trascinano in sensazioni gioiose, ti portano in giri di danza festosi, alcune poi, sono talmente profonde che addirittura riescono a commuoverti.

Nella prima facciata dell’”LP”, almeno tre canzoni delle cinque che la compongono, sono delle perle; “Guacamaya”, “Quisiera” e “Estoy”. Nella seconda facciata, la quaterna che vi è incisa, è decisamente perfetta, senza nessuna sbavatura, El Gusto”, “Que”, “Nadie”; “Mi Sufrir”, “El Canelo” e “La Pistola y el Corazón”, sono degli autentici gioielli. Gioielli che bisogna “indossare” per viverli appieno, compiutamente, senza esitazioni.

Questa è musica, sono suoni che trasmettono la semplicità, la spontaneità, “l’essere” di un popolo caldo e profondo, ricco di tradizioni vivaci e passionali. Sono canzoni e sono danze che si tramandano di generazione in generazione, rimanendo inalterate nello spirito e nella loro bellezza, rimanendo pure nella loro storia e nella loro poesia.

I Los Lobos pur non essendo nati in Messico (sono infatti Americani) con questo disco dimostrano di amare le proprie origini, le proprie radici, e sfidando il “business” discografico affrontando una prova difficile. Suonano solo per il gusto, il piacere e se vogliamo anche per diritto e dovere, di far conoscere la propria cultura, la propria storia, la propria musica. Quella musica che ha reso importanti: il Messico, i “mariachis” e anche loro.

E’ grazie a questo genere di dischi e ai musicisti che li propongono, che la storia di un popolo cresce, si rinnova, ma anche e soprattutto si ricorda. La Pistola Y El Corazón, anche per questo, diventa un’opera d’arte, un pezzo della cultura messicana, è un atto d’amore che non passa inosservato.

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Ian Carr with Nucleus — Labyrinth (1973)

1_9wluYQL_RyfVJn01U5oV6QI primi due album dei Nucleus, “Elastc rock” e “ We’ll talk about itlather”, conservavano una formazione fissa, che veniva ripetuta anche nel terzo, “Solar Plexus”, con la differenza che nuovi musicisti venivano aggregati alla formazione originaria.
Dopo lo sfaldamento degli originari Nucleus, dovuto soprattutto al progressivo passaggio di alcuni membri ai Soft Machine, Ian Carr si è deciso a concepire i Nucleus come un insieme intercambiabile, vivo e pulsante, di musicisti. Da questa concezione nasceva l’album “Belladonna”, interessante ma offuscato da molti momenti ancora incerti, troppo frenato rispetto alle possibilità degli eccezionali musicisti che vi partecipavano.

Con questo “Labyrinth” l’arte di Ian Carr torna a rinascere in tutto il suo splendore, in tutte le sue principali caratteristiche, che sono l’estrema raffinatezza degli arrangiamenti, la particolare potenza espressiva e la grandiosità delle parti strumentali corali, e un jazz d’avanguardia che non dimentica però la lezione tradizionalista dello swing, del ricco sound da grande orchestra.

L’album non fornisce alcuna indicazione sulle condizioni della registrazione, ma possiamo presumere che si tratti di una esecuzione dal vivo: stupisce la particolare limpidezza del suono, mentre i sussulti, gli spasmi, le impennate, la dolcezza, la gioia pulsante e onnipresente del fluire sonoro inducono l’ascoltatore a un sentimento di esultanza.

Ian Carr alla tromba si è ormai lasciato alle spalle le ultime scorie di imitazione davisiana, e le sue tessiture spesso acute e spezzate, costituiscono il perno conduttore per tutta una eccezionale schiera di strumentisti: dal bassista Roy Babbington (Soft Machine), al tastierista Dave McRae (Matching Mole), al sassofonista Brian Smith (unico superstite degli originari Nucleus), al trombettista Kenny Wheeler, al pianista GordonBeck, alla cantante Norma Winstone e altri ancora.
Una sostanziosa parte della crema del nuovo jazz inglese riunita per un disco eccezionale: Labyrinth è una lunga suite ispirata alla mitologia del Minotauro dell’antica Grecia, come dimostrano i suggestivi titoli dei sei movimenti che la compongono: Origins, Bull-Dance, Ariane, Arena, Exultation e Naxos.
Ian Carr con questo stupendo album, dimostra veramente la veridicità e la rivoluzionarietà del suo modo di concepire i Nucleus: un insieme estremamente variabile di musicisti che ruotano intorno alla sua figura, una formazione in continua mutazione che rispetti e rappresenti egregiamente l’estrema fluidità che caratterizza tutto l’ambiente del nuovo “jazz” inglese.

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Van Morrison — Blowin’ Your Mind (1967)

2Una volta fuoriuscito dai Them, Van non tenta di formare un nuovo gruppo, vuole fare il cantautore. Lavora molto per sviluppare un proprio genere ed un proprio stile, mettendo le distanze fra sè ed il passato prossimo. Il suo cammino è tutt’altro che lineare. Viene scritturato da una neonata etichetta americana, la Bang, che vuol fare di lui un cantante commerciale. Il primo tentativo è il singolo “Brown Eyed Girl”, una bella composizione con un arrangiamento più morbido di quanto non capitasse con i Them. In pratica Van è costretto a scriverla spinto dalla fame. Il pezzo entra nella top ten USA e la casa discografica cerca di sfruttarne il successo con un album. All’insaputa dell’autore, esce “Blowin’ Your Mind”, che è soltanto un pasticcio. E’ il frutto di un paio di session eseguite senza sufficiente preparazione. Van non aveva voce in capitolo nè su quali pezzi suonare, nè sugli arrangiamenti, nè sulla scelta degli strumentisti. Lui avrebbe voluto suonare da solo, invece gli appiccicavano venti session-men. Gli avevano fatto credere di stare registrando quattro singoli, invece ne vien fuori un album. Bisogna anche dire che lo stesso autore aveva ancora bisogno di tempo per raggiungere il proprio stile.

Nel disco si trovano tuttavia due perle: la citata “Brown Eyed Girl” e la lunga “T.B. Sheets”. Queste due canzoni rappresentano le due faccie di Van. La prima è un pezzo allegro e ritmato. La seconda narra una storia completamente inventata di un tizio che visita in ospedale un’ amica malata di tubercolosi. Per la prima volta Van usa per i testi lo stream of consciousness, la tecnica letteraria inaugurata da Joyce. Invece della classica narrazione, vengono esposti tutti i pensieri che passano attraverso la mente dl protagonista. A causa di questa tecnica particolare tutti crederanno che si tratti di un brano autobiografico.

Subito dopo questo incidente, Van Morrison riesce a svincolarsi dalla Bang ed a passare alla Warner, dove gli verrà concessa ampia libertà artistica e dove in pratica inzia la sua vera carriera. La parentesi Bang avrà un lungo e noioso strascico. Ogni tanto apparirà una nuova compilation mista di brani noti ed inediti. In tutto vi saranno quattro album con etichetta Bang, sino al ’91, anno in cui la CBS, divenuta proprietaria dei nastri, li pubblica per intero su di un unico CD (“The Bang Masters”) che rappresenta tuttora il miglior acquisto possibile. Il discorso sembrava chiuso definitivamente, invece negli ultimi anni sono state rilasciate ulteriori inutili confezioni con ulteriori inediti…

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