Fabrizio De Andrè — Creuza De Mà (1984)

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Prefazione — Disco considerato come uno dei massimi capolavori non solo della musica italiana, ma della musica tutta. Attribuire questo disco a De Andrè è un po’ limitativo visto che l’apporto musicale di Pagani è non solo determinante ma in egual misura direi anche “sonoramente marcante”. In questi ventidueanni dall’uscita del disco, ammetto di averlo ascoltato fino quasi alla nausea (che non mi è mai venuta), assaporandolo in ogni sua minima sfumatura, nei suoni e nei testi, cercando di cogliere il significato più profondo che i due musicisti hanno voluto esprimere. Proprio per questo l’articolo è più lungo e dettagliato.

Il disco — Un disco italiano ma non in italiano, anzi in genovese antico. L’album infatti nasce dall’incontro tra De Andrè e Mario Pagani, uno dei maggiori musicisti italiani. L’idea è stata quella di concepire un album “mediterraneo” nell’origine, andando a pescare in giro per il bacino del nostro mare gli strumenti che le civiltà dall’origine avevano tramandato.
La malinconia che mi avvolge, quando ascolto la voce di Fabrizio De Andrè, è ancora tanta. Malinconia e senso di vuoto. Creuza de ma è uno dei tanti bellissimi dischi incisi da De Andrè, potrei banalmente definirlo un capolavoro, se non mi fosse difficile, per non dire impossibile, stilare una classifica delle sue composizioni. Una cosa differenzia questa raccolta dalle altre opere di Fabrizio De Andrè: tutti i brani di questo disco sono stati scritti e cantati in genovese. Ma anche in questa veste, pur nella difficoltà della comprensione del dialetto per chi genovese non è, la poesia è intatta, la magia e l’incanto delle atmosfere che De Andrè riusciva a creare, immutati. Intanto la musica, linguaggio universale che parla direttamente al cuore; poi la voce calda e scandita di Fabrizio De Andrè, inconfondibile e bella, pur se non estesa, che culla l’ascoltatore. Infine la sua poeticità, la sua delicatezza e la sua sensibilità, la sua ironia, che si esprimono magistralmente anche con l’uso del dialetto.
CREUZA DE MA’ – Il brano omonimo apre il disco sulle note dell’assolo di gaita (un tipo di cornamusa) e poi si sviluppa quasi esclusivamente su un tappeto ritmico-melodico-percussivo e sulla voce di De André. Sono le percussioni a parlare principalmente, nella musica mediterranea come nella musica nero-africana. “La mulattiera di mare” del titolo, è un primo grande affresco della vita alle soglie dell’acqua salata e racconta l’amore, l’amicizia, la delinquenza, gli odori e i sapori. È il primo colpo di genio della poetica del genovese ed è un colpo che tramortisce. Il brano si conclude con i rumori e le voci del mercato del porto di Genova, registrati in presa diretta da quel che ricordo. Le voci dei mercanti si fondono con la musica del brano successivo, il capolavoro musicale del disco, per quanto mi riguarda.
JAMIN-A — Straordinaria canzone: fosse stato comprensibile direttamente, il testo di “Jamina” avrebbe subito le ire censorie, non ho alcun dubbio. Jamina non è una prostituta, è LA prostituta, un corpo bollente prima ancora che un essere umano, un corpo che De André descrive quasi senza parlare della persona: “Mi voglio divertire/nell’umido dolce/del miele del tuo alveare”. Jamina deve farsi guardare, non servono parole: “Dove c’è pelo c’è amore/sultana delle troie”. Il corpo femminile come alveo dell’insopprimibile voglia di soddisfacimento sessuale degli uomini, raccontato da De André, che sulle prostitute ha imbastito alcuni dei suoi massimi capolavori letterari in musica.Musicalmente, il brano è altrettanto straordinario. Ancora un timido tappeto percussivo iniziale sulla voce, ma poi sono gli strumenti orientali a sommergere il tutto con la loro melodia. In questo caso, deliziano i padiglioni auricolari l’oud e il bouzouki, strumenti a corda di origine araba il primo e greca il secondo. I contrappunti ritmici e le lontane suggestioni melodiche, fanno di “Jamin-a” uno straordinario viaggio, da commozione pura.
SIDUN“ – Sidun” (Sidone) è il lamento di una madre palestinese per il proprio figlio morto, una ballata funebre che unisce il dialetto genovese al dramma mediorientale, in una comunione mediterranea di inenarrabile forza struggente. “Tumore dolce benigno/di tua madre”, canta De André, in un momento, il 1984, che doveva ancora vedere la nascita della prima “intifada”: “e ora grumo di sangue orecchie/e denti di latte”. Il lento dipanarsi del testo, accompagnato da uno strumento turco, lo shannaj, giunge sino a un punto quasi insostenibile a livello drammatico e di commozione, quando, sul finale, la musica sembra aprire uno scenario di speranza, proprio quando il testo conclude la sua narrazione del dramma di una madre. È a quel punto che la melodia si addolcisce, si arricchisce delle percussioni e si apre a una visione quasi solare per voce e strumenti. Devo ripetermi: un altro momento straordinario.
SINÀN CAPUDÀN PASCIÀ – “Sinàn Capudàn Pascià” racconta una storia dell’epoca della Repubblica Marinara genovese, quando un marinaio ligure catturato durante uno scontro con la flotta turca, Cicala, diventò un Pascià turco con il nome del titolo, sembra per merito del suo aspetto gradevole e della sua giovane età. Lo scontro militare avvenne davanti alle coste tunisine ed è così che la musica si accosta alla cultura maghrebina e Kabil, mentre il testo punta moltissimo sull’ironia e lo sberleffo sarcastico (“La sfortuna è un cazzo/che vola intorno al sedere più vicino”). Il ritornello riprende un motivo popolare che si vuole usuale tra le genti tirreniche: “In mezzo al mare c’è un pesce tondo/che quando vede le brutte va a fondo/In mezzo al mare c’è un pesce palla/che quando vede le belle viene a galla”. Una canzone che, a dispetto del suo incedere fortemente percussivo, sembra cantata e suonata in punta di piedi.
‘A PITTIMA – La pittima è colui che si lamenta, che rompe le scatole per qualsiasi cosa. La traduzione del foglietto del cd, riporta il termine dal dialetto alla lingua italiana, anche dalle mie parti ha lo stesso significato: persona che si lamenta.In questo caso, la pittima è l’esattore che va in giro a chiedere i soldi dei prestiti lamentandosi di continuo della sua condizione, vista come meschina dalla gente. A livello musicale, è forse il brano meno interessante dell’album, senza guizzi particolari e caratterizzato dalla voce mesta e bassa di De André, in tono, in ogni caso, con il testo.
A DUMENEGA – Canzone sull’ipocrisia e sulla falsità, “A dumenega” racconta di un costume antico della Genova di un tempo, quando alle prostitute, relegate nei ghetti durante la settimana, alla domenica veniva concesso di passeggiare per la città. Con un linguaggio sboccatamente popolare, De André racconta degli scherni della gente “normale” verso le prostitute in libera uscita, le stesse che comandano sui sensi di quella gente durante la settimana. Il testo, spiace ripetersi, è straordinario per l’uso sopraffino dei termini volgari e delle rime, con un colpo di scena finale di squisita ironia, quando il portatore della croce nelle processioni, scorge tra le prostitute la propria moglie, “mestierante” per guadagnare il pane.Il brano ha il sapore medievale dell’ambientazione narrativa ed è stupendo.
DA ME RIVA – Conclusione affidata a una tenue ballata che riporta il filo narrativo nel porto di Genova, dove era iniziato. Il marinaio lascia ancora una volta la sua bella sulla riva e la pensa mentre anche lei sta sicuramente guardando il mare. Il ricordo è affidato a una foto: “La tua foto da ragazza/per poter baciare ancora Genova”. Un finale struggente e malinconico, triste come può esserlo la vita del marinaio sempre in partenza, sempre sulle onde del mare “un po’ più al largo del dolore”. In fondo, un’ode di De André alla propria città.
Che dire di più, ogni canzone suscita emozioni, belle, allegre, tristi. Ogni canzone è una poesia musicata. Ogni canzone è il cuore di Fabrizio De Andrè. Sorrisi e lacrime, come sempre. Sorrisi e lacrime, ancora oggi, nel ripensare al grande poeta che non c’è più.

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Botta di culo

Gli italiani, ad osservarli bene, ti viene da pensare che il rinascimento sia stato solo una botta di culo.

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Comment

Commentare i commenti idioti e razzisti della gente è come pretendere di parlare con i matti per sentirsi sani di mente.

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Percorsi

Nella vita ci vuole determinazione, costanza, coraggio, forza, sacrificio senza mai lamentarsi. Cosi si arriva ad un traguardo… vittoriosi, stanchi, anzi, stanchissimi… ma la vittoria ce la si gode fino alla fine… lottare sempre lungo il proprio percorso!

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Ali Farka Toure & Ry Cooder — Talking Timbuktu (1994)

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Un blues dal cuore della terra.

Nel 1994 con la collaborazione di Ry Cooder grande “musa” musicale di tutti i tempi, esce questo Talking Timbuktu, e naturalmente come è immaginabile, per essere stato inserito tra i miei dischi preferiti, rimango deliziato. La cosa che viene subito alla luce è l’equilibrio che nasce dalla combinazione di due “mondi” diversi. Dove per mondi si intende non solo le provenienze naturali dei due musicisti, ma anche la loro diversità di esperienze, culture, vite e suoni.Il disco composto da dieci brani, crea un’atmosfera semplicemente magica e nota dopo nota avviene questo scambio sonoro. Qualunque sia lo strumento in evidenza, si ha modo di “respirare” la musica in una maniera lenta e profonda. Il terreno dove avviene questo scambio sonoro è il blues. E se pur non suonato con i soliti strumenti, la venatura malinconica rimane in evidenza. C’è un qualcosa che traspare dal disco che ricorda una ciclicità: l’amaro e il dolce, gli spazi brevi e ampi, il giorno e la notte, la terra e il mare. Ma quale mare? Il Mali non ha nessun sbocco al mare. Ed è questa una delle tante magie che la musica di questo disco riesce nella sua semplicità a generare. L’immaginare l’immaginabile.

Ancora una volta Cooder dimostra di saper entrare in sintonia con lo spirito della musica e dei musicisti che lo accompagnano in ogni sua avventura sonora, senza mai prevaricare, ma con un equilibrio perfetto, riuscendo così a farci conoscere sempre nuove “menti” musicali, regalandoci in questo caso una musica proveniente da un luogo situato alla fine del mondo. Ma con le radici affondate proprio al centro del suo cuore.

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Sidi Touré – Toubalbero (2018)

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La musica è una delle principali risorse culturali del Mali. Risalendo a imperi tanto antichi come quello Mandingo, esiste una tradizione ricchissima di canti di lode. Queste canzoni di lode malinké o mandinghe sono dominio esclusivo dei griot (chiamati djeliw), musicisti ereditari, che sono allo stesso tempo genealologi e storici. Questa musica dei griot è sempre viva e cantata.
Ma la musica maliana è molto più variegata e nuovi stili sono apparsi. Per esempio, c’è la musica bambara che è più ritmica, il mali blues di Kar Kar, il blues songhai di Ali Farka Touré, Afel Bocoum e Sidi Touré, appunto.

Toubalbero, quarto album dell’artista blues malese, si allontana dal tono oscuro e introspettivo di “Alafia” del 2013, producendo un set elettrico, allegro e vivace.
La politica del Mali, la guerra civile che ha coinvolto la nazione africana durante le sessioni per l’album precedente non è più tangibilmente presente in questo lavoro, grazie a un accordo di pace firmato nel 2015, questo cambiamento può essere ascoltato nel vigore e nella vitalità di queste registrazioni.
Chiamato con il nome di un grande tamburo tradizionale usato per chiamare le persone nella sua regione natale di Gao, Toubalbero riunisce un gruppo di musicisti dinamico e decisamente più giovane per sostenere il veterano cantante/chitarrista, prestando uno scoppiettio di energia e festività alle sessioni.

Impiegando per la prima volta cumuli di suoni elettrici e amplificati, questo è il primo album veramente orientato alla musica di Touré dove si sente la band espandersi in groove complessi e pesanti su tracce infuocate come “Tchirey”, “Handaraïzo” e la dura “Kaoula”.
Registrate dal vivo su nastro nel corso di quattro giorni presso lo Studio Bogolan di Bamako e poi mixate dal vivo in uno studio di New York, le canzoni hanno un flusso vivace e una trama leggermente “overdrive”. La sezione ritmica Baba Traoré (basso) e Mamadou “Mandou” Kone (batteria) danno propulsione delle sessioni con muscoli e finezza. A completare la band è il vocalist Babou Diallo, che può essere ascoltato all’unisono, con grande armonia.

Tra i musicisti Songhaï, Sidi è il migliore, si mormora nell’area musicale africana.
Touré intreccia canzoni meravigliosamente strutturate, ognuna delle quali cattura un’istantanea di un singolo stile musicale Songhaï, dalle danze di takamba alle holley suonate in rituali di possessione al gao-gao giocato in momenti gioiosi come i matrimoni.

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The Dream Syndicate — Medicine show (1984)

5Medicine show uscito nella primavera dell’84, è il miglior disco dei Syndicate.

Limate le asprezze degli esordi, senza intaccare per questo la rabbia e la determinazione, il gruppo atipico californiano crea un grande disco.

Il basso di Dave Provost, il piano di Tommy Zvoncheck, la chitarra di Karl Precoda, ma soprattutto la presenza di Steve Wynn, riescono a incidere (in parte live) il disco più completo della loro non fortunata carriera, un album chitarristico per eccellenza.

Non ci sono cadute di tono o brani minori, solo quattro perle “John Coltrane Stereo Blues”, “Still Holding On To You”, “Medicine Show”, “Merritville”, si elevano sulle altre ottime restanti “Daddy’s Girl”, “Burn”, “Armed With An Empty”,”Bullet With My Name On It”. Le chitarre forti, le sonorità lancinanti, gli strumenti che si sovrappongono sono l’apice creativo dell’album.

Che i Dream Syndicate siano degli anticipatori musicali, lo dimostra il fatto che l’album non risente degli oltre trent’anni dalla sua pubblicazione, le sonorità sono ancora attuali, non sono per niente datate.

Questa formazione crea un grande rock grazie a Zvoncheck che nonostante bazzichi gruppi heavy metal porta un tocco alla Nicky Hopkins , a Precoda, solista imprevedibile creatore di guizzi fulminanti, e da Steve Wynn compositore e interprete che domina l’album, firmando brani con liriche crude e immagini suggestive.

Ci sono momenti di pura jam session, gli strumenti suonati con maestria, sembrano a volte prendere strade ognuna diversa dall’altra, quasi a voler cercare nuovi confini. Poi una volta iniziato questo percorso individuale e resosi conto del bisogno dell’altro si cercano di nuovo, si ritrovano, e ricominciano a ripercorrere la strada appena lasciata, come a ricordarsi che è l’unione che conta e da forza. Il personale e il collettivo trovano in questo disco il giusto spazio, per esprimersi singolarmente e pluralmente.

Quel loro dispensare ora emozioni forti e suoni lancinanti, ora attimi di dolcezza dosata da un pianoforte malinconico, fanno di loro un gruppo da non dimenticare.

Un disco con canzoni forti, fatte con uno spirito genuino.

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John Hiatt — Bring the family (1987)

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John Hiatt, uno dei migliori songwriter elettrici della scena rock americana con questo disco ha creato il suo capolavoro. Nel’85 la morte della moglie suicida e pochi mesi dopo, la morte della madre, porta Hiatt in una crisi profonda che lo allontana dalla musica portandolo alla dipendenza da alcol e droghe. Sembra che ormai la sua carriera sia finita. Per fortuna però esistono gli amici, esiste Ry Cooder che, gli sta vicino assistendolo e riportandolo un poco alla volta verso la musica. Disintossicato dall’alcool e trovata una nuova stabilità familiare, Hiatt ritorna negli studi di registrazione e in soli quattro giorni, incide Bring the Family.

L’album è la materializzazione musicale di questo momento di vita, della rinascita, della voglia di vivere dopo un periodo che lo ha visto in contatto diretto con la depressione, con il “buio”. Questo disco è un sogno ed è la fine di un incubo.

Registrato in presa diretta insieme ad un trio superlativo Nick Lowe, Jim Keltner e l’amico di sempre RY COODER, fa si che i brani di questo disco siano tesi e forti, un equilibrio perfetto di rabbia e serenità di dubbi e convinzioni.

Quest’opera mette in evidenza le capacità compositive e le notevoli doti vocali dell’artista, è un’opera di un musicista sensibile, ma teso ed arrabbiato, di un uomo che vuole esprimere al mondo la sua prima disperazione e la poi raggiunta tranquillità. Il disco ne acquista in feeling, forza e valore.

Il suono è un misto di rock, blues, soul e R&B, che si fondono nei dieci brani di scarna ed intensa bellezza. Le canzoni sono essenziali, nelle sofferte linee melodiche e cantate con intensità dalla voce nera che Hiatt possiede. Sono reali capolavori; iniziando con la splendida e struggente ballata “Have a little faith in me” per poi proseguire con: Thank you girl, Thing called love, Memphis in the meantime, Lipstick sunset, Tip of my toungue. Bring the Family è un disco che parla di amore, verso le persone, verso la natura, verso il mondo. E’ un disco perfetto: dieci canzoni di grandissimo spessore che sanno regalare emozioni genuine e dirette. Ry Cooder suona splendidamente ed Hiatt canta come non aveva mai fatto in precedenza. Se amate il rock americano non potete certamente farvi scappare questo meraviglioso disco.

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Van Morrison — No guru, no method, no teacher (1986)

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L’estate del 1986, vede la luce il ventunesimo album solista di Van Morrison,The Man. Il titolo è un vero e proprio “manifesto filosofico”: No guru, no method, no teacher, estratto dalle liriche della canzone “In the Garden”. The Man ha 41anni, quando incide questo album dalla pregevole copertina. La vocalità del vecchio leone è, come sempre, a grandi livelli: voce forte, calda, suggestionante, carica di purezza e di profondità.

Le canzoni sono superbe, sgorgano naturalmente dagli strumenti e dalle corde vocali, una corrente emotiva che sa fondere in un insieme unico: la melodia, la poesia, il soul, il rock, la musica antichissima della tradizione celtica ed il jazz. L’originalità di Morrison è nel suo liberissimo modo di affrontar la musica, nel suo muoversi al di fuori di schemi prefissati e seguire soltanto le correnti del cuore, le emozioni di una poesia che riesce a farsi musica nella maniera più completa ed affascinante.

Nonostante la tripla negazione del titolo, l’album è ancora rivolto a una entità suprema non riconoscibile o riconosciuta; Morrison compone alzando la testa verso il cielo, e molti non condivideranno, ma lui vanta ormai una lunga militanza nel “music-business”, e non ha mai creduto ai messaggi politici lanciati dai solchi di un disco.

Alla domanda sul significato nascosto del titolo Morrison risponde: “Beh, in una delle canzoni è citata questa frase dove io cerco di farti osservare un programma di meditazione trascendentale …Se tu ascolti la canzone attentamente fino al termine, raggiungerai una tranquillità cerebrale …Vorrei qui affermare per l’ennesima volta che io non faccio parte di nessuna organizzazione, che non ho nessun guru al mio servizio, ne insegnanti, ne metodi a cui sottostare, e tutto quello che affermo nel brano risponde a verità.”

L’album ebbe un notevole successo di critica grazie soprattutto all’omogeneità delle composizioni, dove ritroviamo i temi più cari e sentiti dell’irlandese; la nostalgia della sua terra e dell’infanzia, e la continua ricerca religiosa, con meno dogmi e aperta a nuove concezioni di fede, sempre basate sul naturalismo vitale, unica forza positiva e vera Musa dell’artista.

Nel disco regna un ottimismo inusuale, una rilassata gioia di vivere e una passionalità mai riscontrata prima. Come tutti gli album di Morrison, quest’opera è assimilabile appieno solo dopo ripetuti ascolti. La grandezza di quest’album è nella capacità di trasmettere la “sua” interiorità all’esterno e quindi di poterne godere della sua straordinaria bellezza. Infatti, la sua universalità e quella di unire corpo e mente, uomo e natura.

La sua completezza giova a chi l’ascolta. Ascoltatelo in inverno o in estate, con il sole o con la pioggia, che siate tristi o allegri, per svegliarvi o per dormire, in qualsiasi caso e/o per qualsiasi uso ne farete, sarà sempre un ascolto utile. Come l’acqua quando si ha sete, come la luce quando è buio. Questa è la sua unicità.

Morrison, lontano dalle mode, profondamente immerso in un mondo di poesia e di emozione, è senza dubbio uno degli artisti più completi ed affascinanti della musica di questi ultimi trent’anni, dotato di una vocalità inimitabile e di una passione, di un’energia, di una forza, che raramente ci capita di sentire. La sua arte, la sua musica, sono certamente destinate a non venir cancellate nel tempo, a non dover subire le ingiurie del tempo. Capolavoro assoluto della saga Morrisoniana.

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Ti auguro…

Ti auguro la meraviglia, la perfezione non è umana, è distante dalla pelle e dal cuore.


La meraviglia invece è la capacità di vedere, di sentire la vita che scorre dentro e fuori, oltre gli occhi, oltre le parole.


Che non esiste nulla in grado di contenere e raccontare tutta la forza della vita, quando ama, quando inonda e sconfina.

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