Con una decisione storica e senza precedenti la Corte Costituzionale ha stabilito che non è un reato l’aiuto al suicidio nei confronti di una persona in grado di autodeterminarsi e affetta da patologia irreversibile. E apre la strada, per la prima volta in Italia, al diritto, di fatto, per ogni cittadino di disporre della propria vita e della propria morte.

Se siamo arrivati a questo passo per certi versi epocale, non è grazie alla politica, che per decenni ha messo la testa sotto la sabbia. Non è grazie al Parlamento, che per 12 mesi ha lasciato il tema del fine vita a marcire nei cassetti. Lo dobbiamo a due uomini e a due donne straordinari, di cui uno oggi non è più con noi: Fabiano Antoniani, per tutti Dj Fabo, che il 27 febbraio del 2017 è andato in Svizzera per dire addio a un corpo diventato prigione; Marco Cappato, che ha rischiato 12 anni di carcere per accompagnare Dj Fabo nel suo ultimo viaggio e che conosce la differenza profonda tra vivere e sopravvivere; Filomena Gallo, avvocata da decenni in trincea per la difesa di diritti violati; e Valeria Imbrogno, psicologa, campionessa europea di boxe, che di Fabo è stata per dieci anni e fino all’ultimo secondo voce, corpo, compagna.

L’Italia non è diventato all’improvviso un Paese libero, laico (davvero) e civile. Ci vorrà tempo e pazienza, ci vorranno politici coraggiosi per trasformare in legge le parole della Consulta.
Ma se, un giorno, tra qualche anno, potrete finalmente decidere come vivere e quando morire, ricordatevi di chi per quel diritto ha combattuto, sofferto, rischiato, ha disobbedito, si è denunciato, fatto arrestare. Ricordatevi di Fabo, di Marco, di Filomena, di Ilaria. Ricordatevi di Piegiorgio Welby che ha rifiutato l’accanimento terapeutico. Ricordatevi di Eluana e Beppino Englaro e della dignità della vita contro ogni ideologia, ricordatevi di Emma Bonino e Marco Pannella, loro non hanno bisogno di presentazioni. Ricordatevi di Mario Monicelli che a 90 anni è stato costretto a gettarsi da un balcone per sfuggire ai propri demoni. Ricordatevi di Lucio Magri, di Luca Coscioni, dei suoi 38 anni stroncati dalla Sla e vissuti per garantire ad altri il diritto di non vivere le sue sofferenze. Ricordatevi di tutti coloro che non hanno vissuto abbastanza per vedere riconosciuto dallo Stato italiano un diritto inseguito oltreconfine, in silenzio e in solitudine.

Se oggi l’Italia è un Paese più civile di quanto non lo fosse ieri, lo dobbiamo a tutti loro, nessuno escluso. Loro che sono stati prigionieri dei propri corpi e del proprio tempo per permettere a noi, ai nostri figli, di essere liberi fino alla fine.

— Lorenzo Tosa 
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